I giocatori protagonisti di Slam Dunk in cerchio in mezzo al campo, ripresi dall'alto.

Non ho mai letto Slam Dunk. Ok, so che non è il modo migliore di iniziare la recensione di un film che si intitola The First Slam Dunk, ma arrivo presto a un punto, promesso. Avevo iniziato a prendere i volumi della nuova edizione Panini (bellissima, per altro), poi mi sono accorto di essere rimasto indietro e alcuni numeri sono rimasti introvabili per un po’. La missione che mi ero prefissato era quella di leggere tutto in tempo per l’uscita di The First Slam Dunk, ma essendo arrivato lungo col recupero dei buchi nella raccolta ho deciso di optare per l’esperimento: entrare in sala senza aver letto una pagina del manga, immune a qualunque tipo di fan service. 

Se vi trovate anche voi nella mia situazione, faccio rapidamente il punto. Slam Dunk è un manga di Takehiko Inoue, pubblicato in Giappone tra il 1990 e il 1996. Tecnicamente è uno spokon, ovvero un manga sportivo, ovviamente incentrato sul basket; in realtà di sport all’inizio ce n’è poco, al centro della scena ci sono le dinamiche scolastiche dei protagonisti ma via via la pallacanestro si prende sempre più spazio. La dilagante popolarità del manga nel paese del Sol Levante è tale da accrescere di riflesso anche la notorietà del basket USA nel paese. (La sto facendo breve, ma Andrea Fiamma giusto ieri ha scritto un pezzo meraviglioso su Slam Dunk su Fumettologica. Se ora andate a leggerlo vi aspetto.)

(Siete tornati? Ok, ripartiamo.) The First Slam Dunk arriva dunque al cinema ben 27 anni dopo la conclusione del manga. Pare che Takehiko Inoue ci pensasse da parecchio tempo, ma volesse dirigere lui stesso la pellicola solo quando la tecnologia gli avrebbe consentito di portare a video tutta la fluidità e l’energia cinetica del basket. Sul rapporto tra l’industria tecnologica nipponica e l’evoluzione tecnologica degli ultimi 20 anni si potrebbe scrivere all’infinito, ma il difficile rapporto tra artisti giapponesi e 3D è abbastanza problematico in diversi campi e sotto gli occhi di tutti da tempo. Inoue risolve il problema con una tecnica mista, che unisce fondali dipinti con personaggi animati in 3D, ma ricoperti da texture disegnate a mano. Cell shading, si direbbe in un articolo di videogiochi. Il risultato è superlativo, capace di restituire tutte le caratteristiche del tratto di Inoue, potenziato da un’animazione che traduce alla perfezione i movimenti e i gesti della disciplina, anche i più piccoli. Ogni tanto, seppure  raramente va ammesso, il connubio artistico risulta un poco straniante: soprattutto quando Inoue si ostina a usare l’acqua digitale, ma questa è una mia fissa. 

Un fotogramma dalla palla a due iniziale di The First SLam Dunk in cui due mani si contendono il pallone in cielo.

Si tratta di facezie, comunque, che non cambiano di una virgola il giudizio su Inoue regista: il salto da mangaka a regista d’animazione non è scontato, nonostante le due professioni richiedano talenti in qualche modo simili, eppure Inoue lo compie con una naturalezza ammirevole, sfoggiando uno sguardo registico che esalta la dimensione sportiva della sua storia. Inoue ha deciso infatti di concentrare le circa due ore di pellicola intorno alla partita tra Shohoku e Sannoh, dove la prima è la squadra storicamente protagonista del manga, mentre la seconda è un formazione presentata come di altissimo livello, specularmente opposta alla sregolatezza che caratterizza i personaggi di Slam Dunk. 

La scelta di Inoue è stata quella di ritagliare questa singola partita, avvenuta in cartaceo nella parte finale della serie, e inframezzarla con flashback sul passato dei personaggi in campo. Questo approccio porta con sé un cambio di prospettiva piuttosto drastico: al centro della scena infatti non c’è Hanamichi Sakuragi, scanzonato protagonista del manga e della trasposizione animata a episodi andata in onda nei ’90, bensì Ryota Miyagi, suo compagno di squadra caratterizzato tuttavia da una storia ben più tragica e complessa. Lo slittamento per fortuna non elimina del tutto la componente ironica dal racconto, affidata prevalentemente alle scene che vedono Sakuragi al centro dell’obiettivo, ma la assorbe sapientemente nel contesto di una vicenda che riesce a muoversi con delicatezza tra corde piuttosto distanti da loro, grazie all’abilità di chi la dirige. 

Un campo da basket della periferia giapponese. Due ragazzi giocano, inquadrati dalla media distanza.

Pur senza sapere nulla della partita o delle vite dei personaggi, mi sono rapidamente trovato immerso in un’atmosfera grondante adrenalina e tensione, in cui ogni stacco temporale su un momento della vita dei giocatori in campo non abbassa mai il livello della pressione, ma anzi lo intensifica accumulando significati e motivazioni. Se da un mangaka di successo passato dietro la macchina da presa ci si aspetta la capacità di scegliere inquadrature che valorizzino ed esaltino le prestazioni dei suoi personaggi, meno scontata invece è l’abilità sfoggiata da Inoue nell’accompagnamento sonoro della pellicola, in cui si alternano furiose schitarrate elettriche di j-rock a tesissimi silenzi che interrompono il flusso quasi costante di pensieri che arrivano dal campo (in questo senso le nuove voci scelte dal doppiaggio originale sono perfette). 

Devo ammettere che The First Slam Dunk è andato ben oltre ciò che mi aspettavo, ovvero un’opera concepita per soddisfare il desiderio di una fanbase facendo leva sulla nostalgia. Il lungometraggio di Inoue è, in fondo, anche questo, ma è molto di più. È uno dei migliori film sportivi e di basket di sempre, girato cn una cura fuori dal comune, capace di fomentare il proprio pubblico nei momenti più concitati e al contempo trattare con un tatto e una delicatezza rara vicende umane dolorose, umili o anche solo quotidiane. A prescindere da quali siano le vostre aspettative, è molto probabile che la visione di The First Slam Dunk le superi. 

Un personaggio di The First Slam Dunk intento a schiacciare.

P.S. The First Slam Dunk esce in Italia con un evento speciale organizzato da Anime Factory domani 10 maggio, con le proiezioni in lingua originale, e dall’11 al 17 maggio nella versione doppiata. 

 



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Claudio Magistrelli

Pessimista di stampo leopardiano, si fa pervadere da incauto ottimismo al momento di acquistare libri, film e videogiochi che non avrà il tempo di leggere, vedere e giocare. Quando l'ottimismo si rivela ben riposto ne scrive su Players.

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